Il Sirente, una montagna, tante montagne

La Neviera del Sirente ed il monte di Canale


Il Sirente è una montagna affascinante, la sua lunghissima dorsale di più di 18 Km che scorre da Sud-Ovest verso Nord-Est a ridosso del Velino lo rende inconfondibile e riconoscibile da tutte le vette dell’Appennino centrale, la sua cordigliera verso Est scende ripida e verticale e forse è la montagna appenninica che più di altre ricorda le lontane Dolomiti; i canaloni, sempre sul versante Est, così profondi, verticali e incisi all’interno delle ripide pareti sono il paradiso degli sci alpinisti, come pure il versante opposto, quello che degrada verso la piana del Fucino, verso le gole di Celano, che al contrario scende lento, quasi monotono. Fa parte del gruppo del Velino, forse meriterebbe di assurgere a piccolo gruppo a se stante. Sono i suoi canali, le tante torri, più che le vette a rendere fascinosa questa dorsale, sono i tanti picchi che strapiombano verso i boschi sottostanti che gli hanno dato fama; la vetta principale a 2348 mt, a picco e a lato del più famoso dei suoi canaloni, il Majori, ufficialmente sulle carte anche valle Inserrata, come tutte le cime è il punto geografico però che catalizzante dell’intera montagna. Quando salii la prima volta sul Sirente, da Est, da Capo d’Acqua, dopo una lunga ravanata tra i boschi, quando sbucai fuori dal tunnel di rami intorno a quota 1700 in direzione Val Lupara, rimasi colpito in maniera folgorante da uno spettacolare muro di roccia e neve, era inverno a quel tempo. Avevo di fronte la cresta a Sud della val Lupara, in particolare erano il canalone e il torrione della Neviera! In un’altra escursione, sempre invernale e sempre da Capo d’Acqua, salendo il canalone della Neviera immersi nella nebbia, nel mentre si usciva in cresta sbucammo dal mare di nuvole di un universo assolato, dominato dall’azzurro del cielo e dal bianco del ghiaccio e della neve. Saranno stati questi due momenti particolarissimi ed intensi, sarà la bellezza di questo tratto di montagna ma la Neviera del Sirente è per me uno degli scrigni più belli di tutto l’Appennino. Ed è per questo che ogni tanto devo ritornarci. Partenza di quelle più classiche, dallo Chalet del Sirente, località Capo d’Acqua, sempre lo stesso posto, quota 1230 mt, siamo i primi ad arrivare anche se l’ora non era così mattiniera; nel mentre dei preparativi diverse frotte di escursionisti si sono affiancate a noi, come sempre e in tutte le stagioni il Sirente è un gran richiamo. Prendiamo il sentiero che sale largo accanto allo chalet, nella valle stretta in cui siamo il sole non è ancora arrivato , l’aria è fresca ed i boschi sembrano essere in forma smagliante, la sensazione è che sopra ne vedremo delle belle. Poche centinaia di metri, al primo evidentissimo incrocio prendiamo a sinistra, la carrareccia è quella che seguendola condurrebbe alle piane di fonte Canale e più in là ancora a Secinaro. Il sentiero che dobbiamo prendere è il n°15, si discosta repentino sulla destra della larga carrareccia ed occorre stare attenti per non superarlo. Pochi minuti dallo chalet, al primo incrocio si prende a sinistra, circa altri dieci minuti di cammino, sulla destra si scorgono abbondanti segni sugli alberi e a terra tre ometti non proprio “etti”, sono l’imbocco del sentiero ora più sottile. E’ così evidente che … lo abbiamo mancato. Concentrati a seguire due che ci precedevano non ci siamo accorti di tanta abbondanza di segnali, per fortuna e nonostante il bosco fitto, il luogo ci è familiare, ci siamo resi conto subito che eravamo fuori pista ed è bastato rientrare su altro sentiero per intercettare quello che avevamo mancato. Al ritorno ci renderemo conto di quanta segnaletica e ometti non abbiamo visto, mancavano un paio di stroboscopiche ed il gioco era fatto. Giuro mi sono sentito stupido. Come detto intercettare il sentiero n°15 per il Sirente è facilissimo, poi scorre all’interno di un bosco molto alto, lungo il percorso e sugli alberi, non molto frequenti ma ben posizionati, sono stati disposti i segnali del CAI e non è assolutamente difficile salire in tutta sicurezza. Quando ci siamo alzati di quota il sole ha iniziato ad illuminare di traverso la volta del bosco e la tavolozza si è accesa. Lo sfondo azzurro di un cielo terso evidenziava le mille tonalità che andavano dall’ultimo alito di verde al giallo, fino al rosso; il bosco si stava infiammando dei colori autunnali. Difficile era avanzare con il naso all’insù, ma altrettanto difficile era non farlo, spero che le foto che ho fatto rendano un minimo le emozioni che si provavano in qui momenti. Il sentiero si inoltra nel bosco, i primi tratti sono lunghi rettilinei che seguono i leggeri pendii poi si inerpica quando iniziano ripide svolte; contemporaneamente il bosco si infittisce e diventa più disordinato. Solo intorno ai 1700 mt si iniziano ad intravedere gli alti muraglioni rocciosi delle creste, si confondono nel fitto dei rami ma già fanno sentire la loro verticale imponenza. Diventano invece delle torri incombenti quando si esce dal bosco, siamo a quota 1730 mt, ancora all’interno della rossa calotta del bosco, il sentiero si apre su uno sperone che si perde nel blu del cielo. E’ allo scoperto però che la vista si allarga su un lungo tratto di cresta, quella a Sud della Val Lupara, quella dove troneggia il canalone ed il parallelepipedo della Neviera. E’ sempre un bel ritornare su questo terrazzo, è per me come fare un viaggio istantaneo di 700 km ed avere davanti e improvvisamente un lembo di Dolomiti; quando ritorno su questa montagna mi ritorna sempre in mente la risposta frettolosa che diedi ad un amico montanaro quando lo conobbi. Quale montagna degli Appennini ti è piaciuta di più , mi chiese, ed io risposi, perché lo pensavo e anche per affetto, che era la cresta del Redentore la montagna che più amavo. Era ed è vero ma il tratto di cresta della Neviera sul Sirente non è da meno. Usciti dal bosco il sentiero marcato continua verso Nord per la val Lupara e per la vetta del Sirente; lo abbandoniamo subito inoltrandoci sulla nostra sinistra verso la radura, una leggera conca che abbiamo tra noi e le rocce. Un masso nel centro della radura ha un piccolo ometto sopra, indica un sentiero che non c’è e che occorre trovare; la direzione è quella della Neviera che avevamo visto e che ora è coperta da un piccolo tratto boschivo, scivoliamo verso Sud sotto i roccioni della cresta, saliamo facendoci largo tra un bosco ora davvero disordinato e a tratti ripido. E’ breve per fortuna questo tratto, e già si intuiscono i poderosi ghiaioni che scendono dall’alto. Ora davvero siamo al cospetto della Neviera e del suo canalone; l’avvicinamento è su una dolina formata da grosse pietre, facile da superare e da riscendere per un po. Siamo sotto il canale, in alto e nel mezzo del canale stesso troneggia il torrione della Neviera, un leggero biancore sulle creste ci fa intuire la presenza di un leggero strato della neve che è caduta la scorsa settimana. Tutto il resto della cresta del Sirente ne è spoglia e la Neviera no, non per niente il suo nome, non per niente la sua storia; quando le stagioni erano diverse e soprattutto quando la tecnologia antica non permetteva, fino agli inizi delle estati la Neviera era il frigorifero della costa abruzzese. Oggi non avevamo bisogno di cubetti di ghiaccio e la speranza era che lo strato non fosse duro, che il sole quando a picco, lo rendesse calpestabile. Da sotto tutto quel canale sembrava circoscritto, limitato, breve, quasi facile, una banalità da superare di slancio; erano trecento i metri, forse qualcosa di più, di pietraia da salire, la cresta in uscita praticamente già a vista; lo prendiamo con energia, traversando più che si può per attenuare la pendenza, sempre in bilico su delle rocce a volte instabili. Il primo tratto invaso dal sole si sale facilmente, poi si entra nel cono d’ombra e la pietraia diventa ghiaione, pensavo fosse una fortuna ed invece no perché la pietra più sottile era anche più instabile, il classico passo in avanti e mezzo indietro. Siamo andati in cerca della leggera vegetazione che cresceva su una altrettanto leggera dorsale a sinistra del canale, sparuti e minimi ciuffi erbosi che rendevano più stabile il fondo, era più facile salire ma di contro la pendenza andava aumentando. Sembrava che non avanzassimo di niente ma non era così perché il limitare del bosco era ora lontano; una difficile prospettiva, la cresta sembrava rimanere lì mentre ci allontanavamo dal bosco. Non avevamo scelta eravamo li per salire. Io e Marina scegliamo linee di salita differenti, io mi addentro nel canale alla ricerca di una traccia che sembrava un sentiero più o meno battuto mentre Marina rimaneva sulla sinistra sotto le torri. L’impegno aumentava insieme alla pendenza, e purtroppo insieme alla fatica amplificata anche dai tratti di ghiaioni inconsistenti; nel cono d’ombra del torrione il sudore si gelava addosso nel momento stesso in cui veniva a contatto con la pelle, ma veniva presto asciugato da una corrente d’aria sempre più forte mano a mano che di stringevano le rocce verso l’alto. Ero giunto all’inizio del tratto stretto del canale, ormai a fianco del torrione, mi rendo conto che la cresta è ancora lontana e che ho perso le dimensioni; mi volto per cercare Marina che annaspava in quel mare di pietrisco e la vedo cinquanta metri sotto o poco più, piccola piccola, quasi non esistere in un ambiente improvvisamente enorme. Non ho potuto che fermarmi per riordinare le idee ma c’era poco da riordinare, la mole del torrione e delle rocce che avevamo accanto alteravano la realtà. Da sotto tutto sembrava piccolo, ora che avevamo quelle torri accanto tutto si era espanso nella reale dimensione. Imponenza della natura che ti fa sentire un niente; eppure tutto era così incredibilmente affascinante. Non dimenticherò più quel momento in cui ho resettato le misure nella mia testa; anche la foto che ho scattato a Marina che saliva rendeva benissimo le dimensioni reali. La Neviera del Sirente dopo avermi affascinato per tante volte mi stava stregando, salire lenti dava la possibilità di accorgersi dei dettagli e questi dicevano che tutto era gigantesco e noi davvero piccoli. Arrancando riusciamo dal cono d’ombra, il ghiaione era ricoperto da ciò che rimaneva della precoce nevicata che rendeva più scivolosi gli appoggi. Scegliamo di raggiungere il primo costone roccioso e di scontornarlo, un po’ per avere appigli e anche perché la roccia, da un po’ al sole, aveva di certo contribuito a bagnare ulteriormente la neve. Qualche traverso su in cima ce lo dobbiamo per forza sudare, l’imbuto è davvero lungo e la pendenza ancora più accentuata, ci mettiamo al sicuro attraversando una piccola forcella e da li in poi non rimanevano che gli ultimi trenta metri per scavallare in cresta. Trenta metri sconnessi e innevati ma con minore pendenza, solo il vento sferzava violento quasi avesse scelto l’imbocco della Neviera come porta d’ingresso per l’Abruzzo. Tutto cambia oltre la cresta, nessun segno di neve se non nelle poche doline nei dintorni, il sole picchia duro ed anche il vento, era prevedibile, perde la sua violenza. L’uscita in cresta è sempre un momento fantastico, un aprire gli orizzonti verso altri confini verso altre montagne, da qui verso la piana di Avezzano, verso il Velino verso i bassi monti Etra e Tino. L’obiettivo è il monte di Canale, quaranta minuti di continui sali scendi sui tanti speroni di cresta e sui pratoni e ci arriviamo. L’omino di vetta e la solita roccia scritta con tanto di quota rendono superfluo l’utilizzo di GPS, delle carte e dell’orientamento; è uno sperone panoramicissimo, verso Nord la lunga dorsale rocciosa fino alla vetta del Sirente cui si intravede la croce, sembra essere, l’ho già detto, un pezzo di Dolomiti, ad Est spiccano tutte le vette principali del Gran Sasso e la Majella, leggermente innevata oltre i 2500 mt. Ma è quello che si riesce a vedere a picco sotto di noi che cattura l’attenzione, tutta la distesa del bosco che dalla piana di fonte Canale sale fino alle pendici rocciose della montagna; è un’unica, compatta, omogenea distesa di gialli e rossi come mai ho visto, una fascia coloratissima che segue il profilo della cresta, che contrasta con l’erba ancora verde della piana. Non gli si riesce a togliere lo sguardo tanto è una immagine imponente, è così difficile perderla di vista che ci facciamo quasi integralmente tutta la cresta fino al monte San Nicola per non perdere nemmeno un dettaglio. La dorsale degrada lentamente ormai erbosa e verde, la Majella leggermente imbiancata ci sta davanti sulla sinistra, sotto la fascia rossa del bosco, sopra il cielo blu di una splendida giornata autunnale che è stata preceduta da una perturbazione, siamo dentro in una cartolina. Quasi al San Nicola incontriamo due socie del Club2000, non le conosciamo, intuiamo l’appartenenza al Club perché chiedono informazioni sul monte di Canale e sulla Castellina, dal San Nicola ci provenivano, non poteva essere altro. E’ stato un momento per condividere la comune passione e anche un momento divertente. Leggendo la carta avevamo intuito una traccia di sentiero, quelli tratteggiati sottili sottili che siamo abituati a non considerare nemmeno, scendeva verso la piana sulla sella prima del San Nicola. Ci siamo affacciati dalla cresta, oltre al fuoco infiammato del bosco scorgo un lungo sottile traverso che fila verso nord, sotto le coste rocciose, su una stretta lingua erbosa che taglia il forte pendio. Marina scorge ciò che era ancora più evidente, un piccolo omino che ci toglie ogni dubbio. Imbocchiamo la traccia leggermente calpestata, obliqua verso Nord tagliando ripidi pratoni erbosi, a tratti assume i connotati di una vera cengia, a tratti quello di un sentiero battuto, per riperdersi poi in tracce poco evidenti; un paio di tornanti per abbassarsi di quota fino ad infilarsi nel bosco dove sugli alberi sono stati legati dei nastri di plastica per distinguere il sentiero. Insieme a sparutissime bandierine giallo-blu i nastri permettono di inseguire un sentiero che non è più tale, non c’è nulla di palese, tipo calpestio o segni di passaggi recenti; solo un folto tappeto di foglie ed una, ora più ora meno, accentuata pendenza. Ma verso Nord si procedeva, seguendo più o meno la direzione della cresta su in alto che in ogni caso non riuscivamo quasi mai a scorgere, e questo andava bene; ad un certo punto tutti i segnali sono spariti o forse più semplicemente li abbiamo persi ed è stato quello il momento che abbiamo deciso di tagliare decisamente il pendio, sempre tenendo la barra a Nord, fino ad intercettare una grossa strada ad uso dei boscaioli; l’abbiamo seguita ma un paio di tornanti che non ci volevano, quando ha piegato per troppo tempo verso Est, ci hanno convinto a reinventare. Il bosco quando dura poco è bello, poi è come se iniziasse a mancare l’aria, la calotta del fogliame ancora fitta non fa passare l’aria, l’umidità ristagna e anche se in completa ombra ed in discesa si inizia a sudare; senza parvenza di sentiero la direzione Nord era quella giusta per tornare alla machina, quella Nord-Est era giusta per raggiungere lo stradone di fondo valle e gli slarghi tra i boschi. In discesa, con un veloce slalom tra gli alberi non ha tardato troppo a comparire la strada, purtroppo più a Sud di quanto ci aspettavamo ma almeno eravamo di nuovo alla luce e all’aria aperta. Il sole radente che lentamente andava tramontando dietro la cresta infiammava di rossi il bosco alla nostra destra, sfilavamo accanto a scorci di radure e bosco che definire da fiaba era poco. Enormi faggi dai colori fantasmagorici si alteravano a radure e tratti di fitti boschi dove sembravano essere caduti tutti i gialli ed i rossi del divino pittore. Quando arriviamo alla piana di fonte di Canale il laghetto è in ombra, ma non il bosco alle sue spalle che rispecchiandosi attribuiva alla piccola pozza un aspetto surreale. I toni della luce erano ormai quelli di fine giornata, quelli che riuscirebbero a scaldare e colorare anche un cubetto di ghiaccio; potete immaginare che tonalità andavano prendendo gli alberi via via che proseguivamo verso Nord. Anche l’aria, l’orizzonte sembravano tingersi di rosso, era qualcosa che mai avevamo potuto vivere con tanta intensità. Filavamo verso Nord senza perdere un particolare di quel giardino incantato, eravamo stanchi però ed anche se a malincuore toccava abbandonare la poesia per ritornare a casa. Oltre la prateria di fonte di Canale si presenta un bivio che non ricordavo, prendiamo a destra per evitare a sinistra un acquitrino melmoso, facciamo male perché ci tocca risalire alcune piccole alture e a quel punto ogni salita era una stilettata alla nostra volontà. Per non fare altri errori e non tornare indietro ci affidiamo al GPS per chiudere l’anello. Alla fine non fossero alcuni modesti su e giù attraverso le strade dei boscaioli riusciamo anche ad accorciare leggermente il percorso. Nell’ultimo tratto fino allo chalet , solo la leggera discesa ci era di conforto; la luce ha lasciato posto all’ombra, i colori si sono spenti, rimaneva solo la stanchezza. Forse quella che doveva essere una passeggiata alla ricerca dei colori autunnali è stata leggermente sottovalutata ma gli oltre 15 km ed i 1200 mt di dislivello ci hanno regalato così tanti ambienti diversi che difficilmente la ricorderemo solo perché lunga. Un canalone e dei torrioni dolomitici, panorami sulle montagne di mezzo Appennino ed i colori più belli di tutti gli autunni della nostra vita rimarranno per molto tempo nei nostri ricordi e faranno di questa escursione “quella” escursione da ricordare.