Fosso di Selva Grande - La cascata delle Barche

... ed una infinità di altre cascate più piccole ...


Un giro sui Sibillini è stata la proposta, un giro tanto per stare all’aria aperta, per rimanere in forma… “Ma allora se non ci sono velleità di lunghe escursioni, perché non andare a cercare qualche cascata dalle parti della laga…” è stata la mia alternativa. Si sa, due montanari messi insieme solo dopo lunghe trattative trovano accordi sulle destinazioni. Incredibile ma è stato semplicissimo allungare sulla Salaria verso Amatrice invece che svoltare a destra per Arquata del Tronto, e dopo Amatrice raggiungere Capricchia e dopo ancora cosa se non il parcheggio del Sacro Cuore, punto di partenza per le escursioni verso il Gorzano, il Moscio e il Lepri? Destinazione la Cascata delle Barche, in questo periodo si è sparsa la voce che sia particolarmente carica e bella. Il percorso è breve, una quarantina di minuti, quasi un classico per le famiglie, vorrà dire che, se non saremo appagati, torneremo dalle parti della Salaria er andare a scovare un’altra cascata, forse due, dietro Acquasanta Terme, quella delle Prata e della Volpara che non conosco ancora. Insomma una strana giornata montanara era stata progettata nei minimi dettagli. Il sentiero per la cascata delle Barche è arcinoto, sulla larga strada che parte dal parcheggio e che porta allo sbarramento Enel per un breve tratto e subito la deviazione sulla destra, dove la strada si fa sentiero, per il Gorzano. Si inerpica un po’ all’interno del bosco a dopo 20/25 minuti un altro bivio, ben segnalato, a destra si va per il monte Gorzano, diritti per la Cascata delle Barche. Ben presto sottile il sentiero si inoltra sulle ripide coste della valle, poi si inoltra nel bosco, inizia a scendere fin tanto che non si inizia a sentire lo scroscio inconfondibile dell’acqua. Tra le fronde dei faggi si intravedono, sull’altro versante, i gradoni di roccia ed il fosso che fanno formare più in basso la famosa cascata. Nelle prime ore della giornata la portata d’acqua è ancora povera; abbassandoci di quota la oltrepassiamo fino a raggiungere il guado del fosso. Per raggiungere la base della cascata la cara sembrerebbe suggerire il guado in questo punto, proprio dove convergono due corsi d’acqua, passare sull’altro versante e tornando indietro, raggiungerla. Guadiamo e perlustriamo il territorio il lungo, in largo ed anche verso l’alto ma non troviamo un solo spiraglio per passare; o si finisce in acqua o su ripide friabilissime pareti. Niente, non si passa, che fare? Invece che insistere nel cercare un pertugio per passare rimandiamo la pratica al ritorno perché in maniera estemporanea e fantasiosa decidiamo di andare avanti lungo il fosso. Stiamo inventando, sulla carta non ci sono sentieri, sempre sulla carta, davanti, sono riportate altre cascate, pensiamo sia bello e avventuroso andarle a scoprire. Nonostante, sempre sulla carta non sia riportato nessun tracciato a terra il sentiero c’è ed anche molto ben marcato; avanti tra arbusti e bosco, ora alzandosi sul fosso ora rientrandoci, ora perdendolo ed inventando il modo per passare impiccandoci su improbabili pendenze, ora su una comoda traccia, fino a trovarci di fronte ad un’altra bella e rumorosa cascata; il salto è piccolo ma il fronte è largo, umidità alle stelle, in pochi secondi finiamo per essere bagnati. Foto e via di corsa, in quello spigolo incastrato in basso e al buio inizia a fare freddino. Il sentiero è ora chiaro, prima disseminato da rocce sfaldate, una sorta di ghiaione e poi, aggirando il salto della cascata, su un ripido, esposto e scivoloso tratto, evidente letto di scolo nei giorni di pioggia. In un balcone sopra la cascata il sentiero appoggia per pochi metri, si gode una bella vista sulla stretta valle ma subito inizia a risalire ancora, stavolta terra ed erba scivolosi ed un tratto particolarmente esposto a picco sul fosso trenta metri più in basso, quasi una via senza ritorno, salire si sale, ma a scendere? Mentre salgo titubante mi guardo intorno, vedo solo pendenze più accentuate, erbose, impossibile scendere da quelle parti, ci vorrebbe una corda per assicurarsi un ritorno sicuro. Ma Marina non si è affatto fatta intimorire, è già sopra, che faccio? Chiaro vado avanti poi il ritorno … boh sarà affare di dopo, la giornata è così ancora lunga che un modo per passare lo troveremo. Qualche volta Marina mi sorprende, e non è mica che non ci ha pensato! No, solo che se si carica, non c’è nulla che la fermi, ed oggi è carica a pallettoni, come si dice, si sta proprio divertendo in questo mondo selvaggio. Le pendenze tornano normali, rientriamo nel bosco, solo che il sentiero … sparisce. Niente segnali, niente tracce, solo il fosso, le ripide pareti rocciose del versante opposto che si intravedono tra le fronde ed il rumoroso scosciare dell’acqua ci fanno da filo di Arianna. In certi tratti siamo addirittura avvolti dalla macchia, i rami ci servono per risalire alcuni tratti ripidi e scivolosi, per lo più siamo in cerca di sentiero o di qualche traccia per andare avanti. Nulla, solo la carta e la conformazione della valle ci dettano la strada mentre un enorme cinghiale, una locomotiva di cinghiale, ci sfila nemmeno troppo veloce solo dieci metri più in alto. Saliamo e scendiamo un sacco di volte, attirati dal rumore dell’acqua finiamo per scoprire una cascata dietro l’altra. Dentro ripidi fossi laterali per scendere sulle sponde di quello principale, arriviamo sotto nuove cascate e di nuovo via in salita senza sentiero a farci strada tra il bosco. Consultando la carta è Marina che detta il da fasi, in alto ai 1500 meri circa, si accorge che passa il sentiero Italia, aggira l’ultima cascata; saliamo fino a scoprire anche questa cascata, più alta delle altre, unico getto, forse la più bella, e come aveva letto bene Marina risalendola incrociamo il sentiero principale. Praticamente si è inventata un giro ad anello su due piedi. Una furia! E così è stato; dopo una serie lunghissima di cascate, una più bella dell’altra in un ambiente selvaggio ed incontaminato come poche volte ho visto e come mai mi sarei aspettato di vivere oggi riprendiamo finalmente un sentiero degno di questo nome, il sentiero Italia. Bel segnalato, ampio, in un bosco meraviglioso, ci ha fatto filare veloci verso il ritorno. Superando vari fossi che scendono dal Gorzano, dopo vari guadi, incrociamo il sentiero che scende dal Gorzano. Ritornano familiari i sentieri, sono quelli che tante volte si sono percorsi verso le vette su in alto. Boschi, radure, fioriture, panorami che si aprono sulle rocce del Lepri, ma ci mancava ancora una cosa… la cascata delle Barche. Ed allora avanti fino ad incrociare il sentiero che diverse ore prima avevamo già percorso, al segnale questa volta andiamo a destra, pensiamo un’alternativa, ricordo che un inverno per raggiungere le cascate siamo passati lungo il fosso, superando un piccolo sbarramento dell’Enel. Ed allora, per evitare di tornare indietro per prendere la strada principale, quasi al sacro Cuore, abbiamo tenuto gli occhi ben aperti fino a trovare una labile traccia che scendesse verso il fondo della profonda valle. Lo troviamo, traversa agevolmente, tanto è agevole che manca solo di riportarlo sulle carte. Si raccorda con la strada proprio nei pressi dello sbarramento Enel che superiamo agevolmente. Qualche guado per superare il torrente e portarsi sul versante opposto dove scorre il sentiero, e proprio qui, in questo pezzo di paradiso, con un piede a mollo e l’altro in bilico su una roccia non trovo altro di meglio da fare che far finire la macchina fotografica nuova in acqua. Con la velocità di un geco quando cattura la preda la recupero ma ormai il danno è fatto. Scolata, soffiata e provata, funziona ancora, ma le foto scattate dimostrano che la condensa si è formata; ora è dentro una scatola immersa di Sali di silice per tentare di salvare il salvabile. Ma andiamo avanti con la giornata, ancora mancava la cascata principale; siamo sul sentiero al di là del torrente, lo risaliamo un po’ dentro ed un po’ fuori dal greto fin tanto che la portata dell’acqua ce lo concede. Poche centinaia di metri più avanti, una strettoia, qualche salto, la corrente prende velocità e tutto il bacino del fosso è allagato; di qua e di la ripidi versanti friabili dove è impensabile anche solo appoggiarsi. Che palle sta cascata e ste barche, sta diventando un film. Ma noi più testardi di lei, indietro, ancora guadi, la macchina fotografica è nello zaino, stavolta non corre rischi, ancora lo sbarramento Enel, sembra di vederlo a ritroso quel film e poi su una traccia di sentiero sbucata chissà da dove e chissà anche come, siamo riusciti ad intuirlo, oltretutto ci inerpichiamo maledettamente, inventiamo ancora; ci si spezzano le gambe ed il fiato ma sappiamo che il tratto deve essere breve per forza. Breve non è stato poi così tanto, ma con i polmoni in mano arriviamo comunque al sentiero principale, che ormai conosciamo a memoria; riscendiamo fino al guado della mattina, lo oltrepassiamo e ricominciamo a cercare un pertugio. Nulla, solo una parete ripidissima e acqua. Basta, un modo per passare ci deve essere e se non è su questo versante deve essere per forza su quello opposto, da dove siamo venuti. Che ci voleva? Risalendo il percorso a ritroso, un sentierino si stacca ora sulla nostra destra, non lo abbiamo visto perché un po’ nascosto dal senso di marcia dell’andata; quasi per prenderci in giro, un metro oltre un segnale bianco-rosso degno della bandiera che sventola sul cortile del Quirinale. Vabbè, c’ha provato in tutte le maniere a negarsi ma non c’è riuscita; un sentiero che si avvolge su se stesso a superare rocce, alberi caduti e fratte, tutto ciò che si può incontrare sul greto di un torrente di montagna fino ad averla davanti, non la cascata, l’imbocco del fosso che ospita la cascata. Scegliamo il punto migliore per guadare ancora e siamo di la. Non rimane che salire il fosso laterale alimentato dalla cascata stessa. Stessa complicazione, guadi di qua e di là diverse volte a cercare la maniera per salire; arriviamo a poche decine di metri, il fronte della cascata lo vediamo ma non la sua base. Salire è rischioso, il greto invaso e le rocce bagnate sono a rischio scivolata, anche le pareti del fosso erbose sono scivolose. Perché correre il rischio di rovinare questa bella giornata, sai che si fa? Bella anche da qua la cascata, forse è il caso di tornarci e magari per farci un bagno quando la portata è minore. Insomma a pochi metri ha vinto lei, no diciamo che ha pareggiato la partita. Fine dell’escursione, rimane da ritornare indietro ed approfittare della tradizione locale. Una bella amatriciana non vogliamo lascarcela sfuggire. In quaranta minuti siamo alla macchina, uno slalom tra le buche sulla strada che scende a Capricchia e siamo di fronte ad un enorme amatriciana. Doveva essere una passeggiata, lo è stata, più lunga di quanto ci aspettavamo, non tanti chilometri e poco dislivello ma una bella avventura dove il sentiero era solo una chimera. Tante cascate, il canto dell’acqua ci ha accompagnato per quasi tutta l’escursione, tanta natura, a tratti selvaggia; mi sono proprio divertito e, cosa ancora più importante, è come se un pezzo della Laga mi fosse entrato dentro, così tanto da sentire di amarla, e perché no, di sapermici orientare anche un po’ meglio. Solo in quello spicchio di valle però, non scherziamo, sulla Laga, a parte le creste, ci si perde. Che bella la Laga ragazzi, una montagna davvero profondamente diversa dalle altre catene appenniniche.