Sopra e dentro la Valle della Taranta: Colle dell’Acquaviva 2003 mt e Altare dello Stincone 2413 mt.


Dieci giorni dopo il primo tentativo siamo di nuovo sui passi verso il Colle dell’Acquaviva; quel tentativo si è infranto in una giornata nebbiosa, che non ha dato tregua alle quote alte e che ci ha fatto letteralmente “perdere la testa”. Nebbia,  carte quanto meno dubbie, sentieri non trovati, ed una buona dose di leggerezza organizzativa mi hanno fatto perdere la direzione e per non perdere anche la possibilità di tornare a casa, che rimane sempre la priorità  per tutte le escursioni , si è ripiegato in ordinata ritirata verso una turistica visita delle grotte del Cavallone.
Le condizioni meteo favorevoli di questo week end ci hanno obbligato ad ritorno immediato per dare spiegazione agli errori compiuti; il meteo questa volta dalla nostra parte, una più approfondita ricerca del percorso ed uno studio sul web delle esperienza altrui li hanno immediatamente palesati. A parte la nebbia che ci aveva messo del suo, dall’alto della valle della Taranta è risultato evidente che il sentiero tracciato sulla carta che doveva costeggiare le rupi del Colle dell’Acquaviva era inesistente o quanto meno scomparso per il poco uso. Il sentiero più facile e diretto per raggiungere le creste sulle carte non è nemmeno tracciato; e si che invece risulta ben marcato e a tratti spettacolare. Ma andiamo per punti, la giornata è lunga e qualche imprevisto lo troviamo comunque appena arrivati. L’intenzione era quella di sfruttare la bidonvia per le grotte del Cavallone per risparmiarsi seicento metri di dislivello; sarà che siamo alla fine della stagione, sarà che come ci è stato poi detto la puntualità non è il forte di questa gestione,  sarà che il macchinista non si è presentato, sta di fatto che l’apertura dell’impianto è slittata di quasi un’ora;  peccato questa poca professionalità in una zona già con mille problemi di affluenza turistica. Attenzione quindi a chi come noi conta sui bonus dell’impianto di risalita; non è una certezza.
Comunque un’ora dopo siamo  in alto a quota 1400 metri; il sentiero più ovvio per salire in cresta al Colle dell’Acquaviva, sulle carte, non è tracciato, almeno quella che abbiamo usato noi; fuori dalla bidonvia prendiamo l’ampio sentiero verso le grotte del Cavallone, fino alla prima costruzione immediatamente prima dei gradini di accesso alla grotta; li, proprio attaccato alla costruzione, sulla sinistra si inerpica un ripido ma ben marcato sentiero, addirittura con degli sparuti bolli rossi a marcare la via. Ma come mai non è riportato sulle carta?  Sale veloce e ripido regalando da subito immense visuali sulla valle della Taranta e sulle creste del Cole dell’Acquaviva, oggi la nebbia non c’è,  tutto il percorso è a vista e già ben disegnato. Il sentiero sale appoggiato alla roccia, pochi metri all’esterno della grotta del Cavallone in pratica, fin quando,  per non inerpicarsi ancora più violentemente,  si appoggia verso Sud su una ampia, aerea e  spettacolare  cengia erbosa. A quota 1700 circa si intercetta la cresta ed i pianori ora completamente erbosi, un omino con il simbolo del sentiero H4 è a vedetta della valle, lo stesso H4 che cercavo dieci giorni fa e che non ho trovato, lo stesso H4 che sulla carta è tracciato sotto le verticali creste; del sentiero, però, da dove siamo, non c’è traccia, forse il ghiaione ripido ne ha cancellato le tracce. Si prende il sentiero a sinistra, seguendolo condurrebbe alla lontana Cima dell’Altare ma lo abbondoniamo quasi subito per portarci sul margine della valle della Taranta, sul bordo della cresta che d’ora in poi sarà il nostro filo di Arianna e che ci condurrà inevitabilmente fino alla vetta. Pendenza non accentuata, continua, senza soste, quasi noiosa se non fosse per il costante affaccio sul precipizio della valle sottostante .
Di affaccio in affaccio, di sperone in sperone senza quasi accorgersene arriviamo ad un omino, uno dei più anonimi speroni della lunga cresta. Se non fosse per la quota riportata sull’omino dal familiare colorre azzuro (beneddeto Pino) non mi passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello di controllare l’altimetro; siamo arrivati alla Cima del Colle dell’Acquaviva. Una cresta infinita, promontori più marcati, non importanti, ma di certo più alti ce ne sono quanti ne vuoi, mi domando come mai proprio quello sperone è stato “elevato” a monte. Sta di fatto che l’escursione sarebbe già al suo termine. Non può essere, troppo presto per una giornata così bella, non sono passate due ore dall’uscita della bidonvia; che si fa? Nemmeno il tempo di consultarsi e si riprende a salire. Per dove non lo sappiamo, probabilmente ognuno di noi due ha pensato di andare a scoprire gli orizzonti della grande Maiella ancora quasi completamente celati. Giusto il tempo di salire qualche “mammellone” che l’appetito di orizzonti avvolgenti viene appagato; si scopre interminabile la parte superiore della valle della Taranta, meno chiusa, più ariosa, distesa fin quasi a raggiungere il Monte Amaro, e lassù, nel mezzo, dove la valle si divide in due,  un torrione particolare attira l’attenzione. Riconosco la sagoma, lo pensavo più lontano, è l’Altare dello Stincone. O Dio, quella della vicinanza è solamente un’impressione, forse erano  le aspettative di non trovarselo davanti così presto che tradiscono le distanze, forse era l’idea di poterlo raggiungere che falsavano la realtà; l’obiettivo si era configurato, impossibile non aver voglia di posarci i piedi sopra, anche se molti dubbi sulla lunghezza del percorso li intravedevo nell’espressione di Marina. Il guaio da lì in avanti è stato che non potevi mai tagliare in valle per raggiungerlo prima; la cresta del Colle dell’Acquaviva è interminabile, infinita, non ti concede mai tregua col suo salto nel vuoto, e allora devi procedere come hai fatto fino a quel momento, costantemente in salita, su rotonde elevazioni ora erbose ora pietrose ma sempre facili. Sempre avanti, sulla cresta, le speranze di poter scendere e tagliare in valle si infrangono su ogni cima più alta della precedente fin quando è palese che te la devi percorrere tutta e seguirne le linee di quota. Marina si scoraggia non poco ma non lo da a vedere, è forte, determinata e in uno stato di grazia. Nel frattempo dietro stavano salendo le nuvole che correvano sfilacciate nel vento, un motivo in più per proseguire e guadagnare la valle, il più ovvio e scontato tracciato per ritornare all’impianto. I tratti del volto di Marina si distendono come avessero inseguito le logiche dei pensieri. Ora la conformazione del territorio è chiara, la cresta si perde nelle quote alte della Maiella, lassù in alto, ancora molto molto lontano, si intravede l’inconfodibile pallone rosso del Pelino in cima all’Amaro; quando la cresta quasi non esiste più, senza perdere quota si vira a sinistra e per linee ovvie ma senza sentiero, come fosse una pista costruita per i lanci dei deltaplani, ci si inoltra nella lingua pietrosa che si inoltra nella valle. Sembrava lontanissima e ci si meraviglia di essere già lì; l’omino sulla vetta poco pronunciata ci dice che siamo arrivati su quel torrione isolato  che avevamo visto dominare la valle; provenendo dal cuore della Maiella di quel torrione spavaldo non esiste nemmeno la parvenza, solo una piatta lingua di pietre, che termina nel vuoto. Marina fila davanti, quasi non ci credo di tanta forza, mi anticipa di quasi un quarto d’ora, esulta come mai l’ho vista fare nell’arrivare su una vetta per lei inviolata. Siamo arrivati all’Altare dello Stincone quattro ore dopo aver lasciato la bidonvia, la soddisfazione è enorme perché non lo avevamo messo in programma e perché da quassù la valle è, se possibile, ancora di più affascinante; infinitamente grande ed incassata, sinuosa;  le verticali pareti del Macellaro e del Colle dell’Acquaviva che la dilimitano e i ghiaioni che le accompagnano a valle catalizzano l’attenzione. Un deserto di roccia, un paesaggio arido e lunare ma di immensa suggestione. Cerchiamo di memorizzare l’enormità della Maiella, le tante gobbe che si somigliano e che si susseguono verso nord fino all’Amaro; cerchiamo di memorizzare la suggestione della valle della Taranta che rompe le rotondità del versante ma sappiamo che sarà tutto inutile. Sappiamo che nemmeno le foto renderanno giiustizia  a tutto quello che abbiamo intorno ed allora ci affidiamo alle emozioni, al contatto col vento fresco, alla sensazione di essere soli, alla sensazione di essere davvero piccoli in un territorio così vasto. Poco meno di quattro ore abbiamo impiegato per coprire gli 800 metri di dislivello ed i quasi sei chilometri dall’arrivo della bidonvia, siamo indubbiamente andati lenti; sono le 14 del pomeriggio, come minimo dovremo impegnare altre due ore e forse più per tornare, ci viene il dubbio che la poca affluenza di pubblico e la poca affidabilità dei gestori dell’impianto ci possa tirare un brutto scherzo e costringerci fino a valle a piedi; altri seicento metri di dislivello che ci eviteremmo volentieri. Insomma ci sembra l’ora giusta per rientrare, anche se a pensarci ora qualche altro minuto per perderci in quel luogo così isolato potevamo anche prendercelo. Iniziamo a scendere sul versante opposto a quello di salita, tagliamo il ghiaione e in breve raggiungiamo il fondo valle dove il sentiero torna marcato e comodo anche se le pareti strapiombanti del Macellaro, in ombra come sono, si mostrano scure ed incombenti; la torre dell’Altare dello Sticone  riprende ben presto la sua caratteristica presenza al centro del paesaggio. Il sentiero che percorriamo, sembra un sottilissimo filo su cui stare in bilico. Qui a fondo valle il vento si è fermato, sono comparse poche nubi che contrastano il cielo, il silenzio è irreale come irreale è il paesaggio. Sembra tutto irreale, arido, solitario, lontano dalla vita  eppure così intrigante, ammaliante; chissà perché mi rivengono in mente alcuni flash di film di Sergio Leone? L’idea del canyon non è poi così lontana, la vastità e la luminosità della valle letteralmente  e profondamente incassata nella crosta della montagna fanno perdere misure e riferimenti, le pareti alte e verticali sono tagliate di netto, è un paesaggio davvero insolito anche per chi è avvezzo alla montagna, tutto mentre il sole si abbassa e si infila nella valle scaldando i colori, donando tonalità rosa alle rocce che sfiora. Più giù, in corrispondenza della Punta del Colle dell’Acquaviva la valle si stringe, compie un salto deciso abbandonando la sua lenta e costante pendenza; si supera facilmente sulla sinistra, poche svolte ghiaiose a ridosso della roccia e si raggiunge la fonte che sulle carte non è riportata ma che gente del luogo ci dice essere potabile. La parte alta della Taranta ora non fa più parte dell’orizzonte che si chiude sulle balze rocciose appena superate; siamo nel punto esatto dove dieci giorni prima ci eravamo persi nella nebbia. Non rimane che incrociare di nuovo il sentiero H4, senza seguirlo scendiamo a valle. Sulle tracce scolpite nel ghiaione dai tanti passaggi di altri escursionisti, lo stesso percorso già seguito dieci giorni prima, su quello che sulle carte risulta essere un persorso da sci-escursionismo scendiamo veloci a valle; si attraversano due boschetti e si taglia di traverso un lungo ghiaione proprio in prossimità della grotta del Cavallone e delle sue ripide scalinate di accesso che ora sono davanti a noi. Meno di due ore dura la discesa dall’Altare dello Stincone agli impianti di discesa che sono ancora aperti; facciamo ancora in tempo a mangiarci un piatto di pasta al rifugio prima di riprendere il bidone che ci porta a valle. Affrontiamo la discesa in silenzio, l’ombra ormai incombente e il vento che si è alzato ci fanno stringere nei gusci che prudentemente abbiamo indossato.  La consapevolezza di aver vissuto una meravigliosa giornata di montagna in uno spicchio di Maiella maestosa non basta per tenere lontana la malinconia del momento.
Ah, mentre siamo sul bidone che stiamo scendendo sono le cinque del pomeriggio, ad un’ora di distanza dalla chiusura degll’impianto; dagli altoparlanti dell’impianto comunicano che si sta effettuando l’ultima corsa della giornata, in anticipo di un’ora, in perfetta sintonia col ritardo dell’apertura guarda caso sempre di un’ora. Che peccato che questo spicchio di territorio  così bello sia così poco amato da chi ci vive e ci lavora e da chi dovrebbe fare di tutto per valorizzarla.