Le montagne siciliane.

Lui, "iddu", l'Etna e i 1900 delle Madonie.


Con largo anticipo siamo al rifugio Sapienza, a quota 1910 mt, quelle che dalla pianura erano condizioni di variabilità diffuse, quassù a questa quota sono condizioni di variabilità spinte, nuvole grigie compatte e vento freddo fanno temere l’evolversi dei programmi; delle guide sono salite in perlustrazione, prima di formare il gruppo si attende il loro responso, non promette bene. Passa il tempo, arrivano i clienti, ancora non abbiamo il nulla osta, vogliono scongiurare la possibilità che si scatenino temporali in quota. Poi arriva l’OK ma siamo avvisati, al primo tuono si torna indietro e addio oltre tutto anche alle quote versate. Nessuno si ritira tanta è la voglia di salire ma il rischio che si fallisca è tangibile; il motivo ce lo hanno spiegato, tante volte hanno rischiato in condizioni meno variabili, il vulcano è molto alto, le condizioni meteo possono cambiare repentinamente, oggi erano già di spiccata variabilità, in caso di temporali il rischio è elevato, data la consistenza ferrosa dei materiali piroclastici di cui è composta la crosta in caso di temporale ogni scarica elettrica diventa un fulmine che arriva a terra. Come insistere e fare obiezione? Partiamo, con la funivia saliamo a quota 2500 mt, dove ci aspettano dei piccoli pulmini che ci portano fino a quota 2900. Finalmente camminiamo, con i piedi tra i lapilli, subito tra la neve a dire il vero, che già a questa quota è molto diffusa. In fila come scolaretti, la guida davanti, le nuvole basse e grigie, la luce del sole non filtra gran che, la montagna è enorme, informe, scura, solo la neve la definisce, non c’è traccia di vegetazione ovviamente. La salita dura poco, i 400 mt di dislivello li copriamo in un paio d’ore, c’era da aspettarselo, visto come si formano i gruppi l’escursione ha carattere turistico; intorno solo un colore e solo una consistenza, distese di lapilli e qualche roccia basaltica, la guida si prodiga in spiegazioni, qualcuna la facciamo nostra ma eravamo troppo tesi ad arrivare in cima per sporgerci dentro le bocche principali per trattenerle tutte. Fin qui sono stati lunghi traversi con pendenze costanti e leggere, la guida ha saputo scegliere le traiettorie per tutti, più che una escursione a 3000 mt mi sembrava una scampagnata su terra bruciata e vetrosa. Sono stati i panorami insoliti che avevamo intorno a catturare la nostra attenzione, il vulcano non è una montagna, è indecifrabile ciò che si prova a starci sopra, sa di incognito, di forza della natura, di potenza imprevedibile, di vita persino, si perché dalle descrizioni della guida capiamo che è una struttura che evolve rapidamente, muta, distrugge e crea, cresce in pochi giorni. Mentre siamo su un traverso che attenua la pendenza ci viene intimato di mettere il caschetto, ci siamo, il terreno si appiattisce, diventa sabbioso e giallo di zolfo siamo sull’orlo dei crateri centrali. Veniamo investiti da zaffate solforose, la nebbia si mischia ai fumi che si sprigionano dalla terra e alle nuvole che vengono trasportate dal vento, la gola a tratti prende a bruciare, tossiamo. E’ freddo siamo oltre i 3300 mt. ma manco lo sentiamo, lo spettacolo è unico e nuovo, la bocca del cratere centrale è enorme, tra i fumi e le nuvole che corrono veloci si percepiscono appena file di turisti sui vari lati della circonferenza sommitale, dentro le caldare tra sfasciumi di pietre e informi enormi voragini, vengono sputate all’esterno enormi quantità di fumi e di vapori acquei, tutto si legge con difficoltà, sono le due bocche centrali. Alcuni tratti delle pareti delle caldare sono gialle, ricche di zolfo, altre sono rossastre, ricche di ferro ci viene raccontato, trasudano vapori e fumi, spariscono alla vista inghiottite dalle nebbie e poi d’un tratto riappaiono, se dovessi pensare alla bocca dell’inferno dantesco scommetterei che sarebbe una cosa del genere.

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Cima Alta e Montagnone

Con percorso panoramico si continua a prendere quota con numerose svolte sino a raggiungere le formazioni rocciose che sono l’avamposto della cima, dopo di che il sentiero volge deciso verso nord ed in breve la vista di apre sulla croce di vetta che si raggiunge con un ultimo tratto presso che pianeggiante.

Monte Serrone

Con percorso panoramico si continua a prendere quota con numerose svolte sino a raggiungere le formazioni rocciose che sono l’avamposto della cima, dopo di che il sentiero volge deciso verso nord ed in breve la vista di apre sulla croce di vetta che si raggiunge con un ultimo tratto presso che pianeggiante.

Serra Matarazzo

Cima di Serra Matarazzo è un balcone sul Parco e non solo, dalla piana di Pescasseroli fino al Marsicano, al Velino, al Sirente e alla Majella, fino al Gran Sasso e a Sud fino al Meta e alle montagne “proibite” del parco, al Bellaveduta. Il monte San Marcello e il Colle Nero oltre sottili creste a Sud Ovest.